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giugno 17th, 2010 | Author: montichiaricitta

Da Bsoggi del 16 giugno.-

Due novità importanti dal «regno» delle discariche qual è Montichiari: l’Aspireco ha rinunciato alla realizzazione a Vighizzolo dell’impianto per l’inertizzazione di 240mila tonnellate l’anno di amianto. Nel frattempo oggi in Regione è in programma la conferenza di servizi sulla discarica di amianto Ecoeternit. Discarica che verrebbe realizzata nella ex cava Senini (sotto sequestro dal 2008 per conferimento illecito di inerti) e che la nuova proprietà si è impegnata a bonificare, insieme al ripristino dell’argine in fase di cedimento della vicina discarica Pulimetal.
Interventi onerosi (circa 3 milioni di euro), che Regione e Provincia valutano positivamente. Il che dovrebbe confermare il via libera alla discarica di amianto: che prevede lo stoccaggio di 500mila mc di lastre. Il Comune di Montichiari è contrario alla discarica di amianto ma favorevole al ripristino ambientale (che è legato a doppio filo all’ottenimento dell’autorizzazione per lo smaltimento).
LA VICENDA ASPIRECO. La conferma dell’abbandono della pratica per la realizzazione del progetto arriva dallo stesso assessorato provinciale all’Ambiente. Il progetto era stato depositato in Regione nell’agosto 2009: Aspireco Service di Gavardo chiedeva la trasformazione cristallochimica dell’amianto «cuocendone» ben 240 mila tonnellate l’anno. Da subito popolazione, associazioni ambientaliste e la stessa amministrazione di Elena Zanola avevano dichiarato guerra al progetto. Recentemente erano arrivate vibranti proteste anche da Provincia di Mantova e comune di Castiglione delle Stiviere (per nulla coinvolti nell’iter autorizzativo). Legambiente – rivolgendosi all’esperto Marco Caldiroli di Medicina Democratica – aveva presentato documentate osservazioni in Regione per evidenziare le tante emissioni nocive: non solo microfibre d’asbesto, ma anche diossine e pcb che si sarebbero sprigionate in un contesto ambientale già stressato e compromesso (a Montichiari ad oggi sono stati stoccati 10milioni di mc di rifiuti e sono aperte autorizzazioni per altre 8 discariche).
LA BATTAGLIA DEL COMUNE. La rinuncia di Aspireco provocherà certamente un sospiro di sollievo per l’amministrazione monteclarense. Renderà meno amara la sconfitta incassata due settimane fa di fronte al Tar, che ha validato l’iter autorizzativo della discarica Gedit (960mila mc). Resta aperta la questione «Bernardelli inerti» e «Montichiari ambiente» a Rò.

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maggio 06th, 2010 | Author: montichiaricitta

( DA BSOGGI DEL 5 MAGGIO 2010)

IL CASO.

Denuncia di Legambiente Lombardia che teme non vengano rispettati i tempi di risanamento entro il 2015
Brescia si candida ad ospitare in discarica, da Cazzago a Montichiari, più metri cubi di materiale di quanti ne abbia sul suo territorio

  • 05/05/2010
 

Un’area contaminata dall’amianto

Tanto, troppo amianto, presente sui tetti di case e aziende si sta lentamente consumando aumentando di molto i rischi per la salute della popolazione. Un problema che accomuna la nostra provincia al resto d’Italia. A 18 anni dalla messa al bando della fibra killer, gli interventi di bonifica stentano a decollare e hanno ancora costi pazzeschi (circa mille euro a metro quadro) e pochissimi aiuti pubblici. Per questo Legambiente in un convegno tenutosi nei giorni scorsi a Milano, ha sollecitato la Regione ad avviare una seria pianificazione per lo smaltimento e il trattamento dell’amianto presente in Lombardia. «Si provveda da subito all’adozione di un piano che preveda anche l’individuazione di siti per lo smaltimento, senza inutili ritardi – ha dichiarato Barbara Meggetto, direttrice Legambiente Lombardia -. Diversamente l’impegno assunto dalla Regione per una “Lombardia Amianto Free” entro il 2015 diventerà una promessa impossibile da rispettare». Nota di merito alla Lombardia: è una delle 13 regioni italiane ad avere preparato un piano di bonifica dell’amianto (Pral). Brescia e la Lombardia sono primi anche nella classifica delle bonifiche già attuate: si stima che un 18% del totale delle lastre in amianto non funga più da coperture.
I DATI. Restano comunque inquietanti i dati forniti da Legambiente. In Lombardia ci sono 81 milioni di metri quadrati di materiale contaminato da amianto. Solo gli edifici pubblici costruiti con questo materiale sono oltre 4200 e più di 23mila quelli privati. E questi numeri sono in continuo crescendo dato che il censimento è tutt’ora in corso. Amianto killer in grandi quantità dunque presente in tutta la Lombardia che, silenziosamente, è causa di centinaia di morti: sono 1025 i casi di mesotelioma maligno registrati tra il 1993-2004 e di questi per 929 la causa è stata sicuramente l’esposizione diretta all’amianto. Preoccupanti anche i dati riguardanti la nostra provincia,dove ci sono 500mila metri cubi d’amianto da smaltire entro il 2015. Equivalgono alla volumetria totale di ben sei Crystal Palace infilati uno dietro l’altro. E riguarderebbero solamente le coperture, visto che le cifre sono state desunte dal telerilevamento effettuato dal Pral (piano regionale amianto Lombardia): vanno aggiunti le quantità interne, quali le coibentazioni e le strutture antirumore.
LE DISCARICHE. Se da un lato Legambiente incalza la Regione per accelerare la bonifica e individuare discariche, la nostra provincia si candida a diventare la pattumiera d’amianto della Lombardia, visto che al Pirellone sono piovute richieste di discariche per un totale di oltre 3 milioni di metri cubi. Autorizzata al momento c’è solo la discarica di via Brocchi in città (80mila mq), la cui realizzazione è contrastata dai residenti perché troppo, troppo vicina alle case (i lavori sono stati recentemente bloccati dal Tar). C’è poi la Ecoeternit srl di Montichiari (960 mila mc) che ha già ottenuto la Via positiva, anche se il sito è ancora sotto sequestro della magistratura perché lì si smaltivano illecitamente rifiuti inerti, ancor prima di avere l’autorizzazione. Ha già il via libera della Regione anche la Cerca srl di Travagliato, località Madonna Valverde (435mila mc) e si attende l’Aia della Provincia. Vorrebbe lanciarsi nel business della bonifica dell’amianto anche l’Aspireco srl di Gavardo, che vuole realizzare a Vighizzolo di Montichiari un impianto sperimentale per la trasformazione cristallochimica dell’amianto (240mila tonnellate l’anno). Non è finita: resta il rebus della discarica Profacta spa di Cazzago (2milioni di mc). Insomma, se la presenza di discariche potrebbe far diminuire di parecchio il costo dello smaltimento (di conseguenza incentivandolo) è nel contempo assurdo che la Provincia di Brescia (già martoriata da decine di discariche) si trovi a smaltire un quantitativo di amianto sei volte superiore a quello presente sui suoi tetti.

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maggio 03rd, 2010 | Author: montichiaricitta

Assediati dall’amianto
costi alti, niente regole

Le bonifiche si bloccano. nelle città ancora 32 milioni di tonnellate da smaltire. La fibra killer si nasconde ovunque, dal vano ascensore alla caldaia, dai tubi alla cappa. Non solo operai a rischio fra le 3 mila vittime annue

di FABIO TONACCI e PAOLO BERIZZI

Assediati dall'amianto costi alti, niente regole

LE QUATTRO balle di lastre ondulate sono pronte per il viaggio. A vederle così, saranno tre metri per due, incapsulate dentro una museruola di cellophane speciale, sembrano un grosso pacchetto regalo bianco: un po’ sbilenco perché comprimere i fogli di eternit uno sull’altro non è proprio un inno alla geometria. Ci hanno appena spruzzato su un collante rosso, per evitare la dispersione delle fibre killer. “Questa roba va a Pomezia”, nell’unico sito di stoccaggio temporaneo del Lazio, dice Paolo, 41 anni, ex operaio edile, oggi cacciatore di amianto. Tuta, guanti, mascherina. Rimarranno lì pochi giorni. Poi via con i camion, Germania o Francia. “Là l’amianto lo rendono inerte e lo riciclano – spiega Davide Savelloni, proprietario di Assa, azienda romana specializzata nella bonifica di eternit – . Ci fanno le strade. In Italia al massimo si interra nelle poche discariche adatte. Ma i costi sono alti. E ricadono sulle tasche del cittadino che chiama. Quando presentiamo il preventivo, in tanti rinunciano”.

La bonifica era iniziata così. Roma, condominio di via Fleming. Centocinquanta metri quadrati di onduline da rimuovere. “Vede quel tetto rosso lassù? E’ di eternit. Vede la canna fumaria? È di amianto. E sotto quel solaio lo vede il cassonetto per l’acqua? Indovini un po’? Eternit”. Porteranno via tutto, ed è una notizia.

L’Italia, dati Cnr, “affonda” ancora dentro 32 milioni di tonnellate di materiale contenente amianto. Cinquecento chili per abitante. Due miliardi e mezzo di metri quadrati di coperture in eternit. Immaginate una città di 60 mila abitanti fatta di solo amianto. Una giungla di miliardi di fibre che, sino a quando non verranno smaltite, costi e pastoie burocratiche permettendo – è qui il punto – continueranno a essere una bomba a tempo sulla quale l’Italia siede nemmeno fosse sabbia tiepida. E intanto i morti d’amianto crescono: 3 mila vittime ogni anno per malattie correlate all’esposizione all’asbesto. Milleduecento casi di mesotelioma, una forma letale di cancro per il quale finora non è stata trovata una cura. Benvenuti nel Paese che non riesce oppure non vuole smaltire tutto l’amianto che, fino al ’92, ha spalmato ovunque. Sulle navi, sui treni, nelle fabbriche, nelle case, nelle palestre. Persino tra le scuole e gli asili. Da Bagnoli a Monfalcone, una firma indelebile. Ma chi si occupa della bonifica e dello smaltimento? Perché, a quasi vent’anni dalla sua messa al bando, è così complicato disinnescare l’amianto?

Chi “addomestica” la Bestia
Da qualche anno esistono i bonificatori della Bestia. Passano le giornate sui tetti: tuta bianca usa e getta in Tywek, guanti gialli, mascherina. Se non passeggiano sui solai con vecchie onduline sotto braccio, li puoi incontrare nei garage, nelle scuole, nelle mense aziendali. Oppure che armeggiano davanti a qualche caldaia o si calano nei vani degli ascensori. Operai specializzati nell’incapsulamento e la rimozione di Eternit e manufatti pericolosi. “Ce n’è ovunque – racconta Paolo, al volante del suo camioncino – è stato usato sui tetti, nei cassoni per l’acqua, nelle tubature, nelle caldaie, nei comignoli. Una volta ci ha chiamato una signora che dopo vent’anni si era accorta che la cappa della cucina era completamente in amianto. In un laboratorio scolastico abbiamo rimosso dei macchinari su cui lavoravano gli studenti. Addirittura l’amianto si trova spruzzato dietro gli intonaci di appartamenti degli anni ’60, per isolare le stanze”. Cinque dipendenti, una media di 3 interventi a settimana, è all’Assa che lavora il nostro cacciatore. Ormai il suo occhio scova amianto ovunque. Ci racconta come funziona. Le procedure di rimozione sono lunghe e laboriose. Il cittadino chiama, si fa un piano di lavoro, si mandano all’Asl dei frammenti di materiale sospettato di contenere amianto. Dopo 40 giorni inizia la rimozione. Bloccate le fibre con il collante a spruzzo, le onduline vengono caricate sui camion, imballate e portate via. “Maneggiamo tutti i giorni l’amianto eppure l’Inps non ci inserisce tra i lavoratori a rischio. Siamo equiparati a operai edili”.

Il far west delle tariffe
Ma quanto costa rimuovere l’eternit? Il cittadino paga di suo? Quali sono gli incentivi dello Stato? Il tariffario è un far west su scala regionale. Il prezzo varia a seconda del tipo di intervento, ma soprattutto del luogo, come dimostra un dossier di Legambiente. Nel Lazio liberarsi di una copertura in eternit di 10 metri quadrati costa 250 euro, più i costi fissi (da 500 a 1000 euro). “La gente non è informata – dice ancora Savelloni – si aspetta di pagare un centinaio di euro per un lavoro. Ma le spese sono alte e molti lasciano perdere. Di questo passo per bonificare il Lazio serviranno 60 anni”. La rimozione della stessa lastra di eternit costa molto meno in Sardegna, ben quattro discariche: in media 260 euro. Altri prezzi: 640 euro in Abruzzo, 300 in Piemonte, 2000 in Puglia, dove il prezzo è fisso per qualunque superficie rimossa inferiore ai 25 metri quadrati. Non solo. Il costo finale dipende anche dagli incentivi regionali. In Abruzzo per le rimozioni di coperture fino a 30 metri quadrati la Regione offre un contributo pari al 70%. In Sardegna per i privati ci sono incentivi del 40% dell’importo per un massimo di 5 mila euro. Esistono finanziamenti anche per gli enti pubblici che rimuovono l’amianto. L’Emilia Romagna concede una detrazione del 36% di Irpef se ristrutturi la casa per un massimo di 48 mila euro. Nel Lazio e in Toscana, invece, niente incentivi. È diretto Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente: “Questa incertezza, e la mancanza di contributi da parte delle Regioni, sono il primo ostacolo per una diffusa bonifica a livello locale”.

“Abbiamo paura”
L’immobilismo lo puoi toccare con mano a Crescenzago, prima periferia milanese. Le chiamano “case bianche” o “case minime”. Sono 117 appartamenti monofamiliari con giardinetto. Li hanno costruiti negli anni ’50, ci abitano 300 persone. Tutto in eternit: tetti, condotte, coibentazioni. Lastre e onduline si sono sgretolate negli anni, quando c’è vento le fibre di amianto volano. Accanto alle case: un asilo, una scuola, un parco giochi. “È dal 2000 che chiediamo al Comune, il proprietario, di intervenire – allarga le braccia Luca Prini, consigliere di zona – . Hanno promesso che a breve inizierà la rimozione, ma qui ormai la gente è rassegnata”. Anziani, famiglie con figli piccoli. Ti accolgono sulla porta con l’aria di chi è stanco di parlare a vuoto: “Abbiamo paura”. Mostrano i tetti sbrecciati, le crepe nelle onduline. I tumori sono in aumento, superiori alla media cittadina. Per Beniamino Pianteri, associazione ChiamaMilano, è “una vergogna milanese di cui le amministrazioni si lavano le mani da troppo tempo”.

La fabbrica dei tumori
Non saranno mai soli gli abitanti delle “case minime”. Ma non è questione di sostegno. È che sono in pessima compagnia. Nella Lombardia dei 2,7 milioni di metri cubi di amianto sparsi in 4.228 edifici pubblici, 24 mila edifici privati e in mille siti, c’è Broni, Oltrepo pavese. Broni uguale Fibronit uguale amianto dagli anni ’30. A 16 anni dalla chiusura, la fabbrica, 15 ettari in mezzo al paese, è un luogo spettrale, pieno di eternit. I capannoni abbandonati, gonfi di veleno. Trentotto decessi per mesotelioma dal 2000 al 2006: operai, ma anche gente che abitava intorno al mostro divenuto sito di interesse nazionale. Eppure la bonifica non è ancora iniziata. “Colpa della burocrazia”, dice il sindaco Luigi Paroni. Si attende dalla Regione il via libera per partire con la messa in sicurezza. Ci vogliono 25 milioni. Al momento ce ne sono solo cinque. “Vogliamo trasformare la città dell’amianto nella città del sole”: sogna meravigliosi pannelli fotovoltaici Mario Fugazza, assessore all’ambiente. Resti immobile sotto gli hangar dell’ex Fibronit, all’ingresso dei capannoni privi di porte. Guardi i teloni laceri, le profondità e gli interstizi inquinati del mostro, e pensi che occorre molta fantasia.

Colpiti a tradimento
Broni, Casale Monferrato, Monfalcone, La Spezia, Genova, Bari, Taranto, Bagnoli. Le città del cancro. Ognuna col suo libro bianco. Con le sue croci. Gli ultimi li rubricano con nomi che sembrano lame. “Esposti di seconda generazione”. “Esposti ambientali”. Seconda generazione perché quelli della “prima”, nell’affondo lento ma inesorabile del mesotelioma, l’amianto o se li è già portati via o sono in lista d’attesa. Quelli della “seconda generazione” sono quelli che le fibre killer le hanno respirate senza saperlo. Colpiti a tradimento. Non i marinai. Non i ferrovieri. Non gli operai delle “fabbriche della morte”. Di questi si sapeva. E anche loro sapevano. Qualcuno, non tutti, l’aveva messo in conto che se ne sarebbe andato così, spazzato via da quella polvere sottilissima che si ficca nei polmoni e dopo 20-25 anni scatena l’inferno. È un veleno 1.300 volte più sottile di un capello. Che ancora vive nel corpo dimenticato della Bestia.

Ma chi sono i “nuovi esposti”? Come hanno fatto ad ammalarsi? “Stanno venendo a galla migliaia di storie che riguardano le più disparate categorie professionali – dice Alessandro Marinaccio, responsabile del Registro Nazionale dei mesoteliomi presso l’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro – sono situazioni ancor più drammatiche perché chi si ammala non aveva nessun tipo di consapevolezza, credevano di aver lavorato o vissuto in un ambiente “sano”". Le nuove vittime sono i lavoratori comuni. Gli ignari dell’esposizione “ambientale”. Non lavoravano direttamente l’amianto ma l’amianto stava – e, in molti casi, sta ancora – lì dove si guadagnavano da vivere. O dove vivevano e vivono. Nelle onduline, nei capannoni, nei camini, nei cassoni per l’acqua, nelle coibentazioni selvagge che andrebbero asportate e sepolte e invece sono sempre lì, col grilletto premuto. Ora la Bestia presenta il suo conto più salato. Mentre si avvicina il picco di tumori previsto tra il 2015 e il 2020 (il periodo di latenza del mesotelioma arriva fino a 40 anni), vengono al pettine le nuove storie. “Le donne che lavavano le tute dei mariti operai. Quelle che cucivano i sacchi di juta dove veniva trasportato l’amianto – ragiona Vittorio Agnoletto, medico del lavoro ed ex parlamentare – o a chi ha respirato le fibre perché aveva l’amianto sotto casa. Chi li risarcisce questi ammalati? Ci sono 50 milioni destinati alle vittime (30 governo Prodi 2008, altri 20 governo Berlusconi 2009) ma finora non sono stati utilizzati”.

Il decreto mancante
Com’è possibile che le famiglie vedano morire i loro malati e lo Stato non intervenga? “Sembra assurdo ma il problema è che manca il decreto attuativo. E in assenza del decreto, il fondo non esiste”. L’asbesto può falciarti anche se lavoravi in uno zuccherificio, in un’industria del vetro, in una ditta orafa. Anche se facevi l’ascensorista, l’enologo o se pulivi i tetti dei capannoni. Come il padre di Lorena Tacco, Paderno Dugnano. Si chiamava Vladimiro. “Era custode di un’azienda. L’appartamento che gli hanno dato aveva le finestre affacciate su un tetto di eternit. Per 30 anni ha pulito quel tetto. Toglieva gli aghi di pino che si incastravano tra le canaline di scolo. A 75 anni ha scoperto di avere il tumore”. Prima di chiudere gli occhi, con l’ultimo soffio di voce, Vladimiro Tacco ha detto alle figlie: “Raccontate a tutti la mia storia. Non deve capitare ad altri quello che è capitato a me”.

Alla sbarra
Questo è l’amianto. Molto è già tragica letteratura. Gli stabilimenti Eternit, Fibronit e Fincantieri con le loro spoon river. I polmoni spappolati dei 600 militari della Marina (processo a Padova, 8 ammiragli alla sbarra). I 210 mila ferrovieri in attività nel ’91 (l’anno oltre il quale per l’Inail il rischio amianto è scomparso) e che ora fanno gli scongiuri perché tra loro la media del mesotelioma è 6 volte tanto quella della popolazione. Negli anni ’70 vagoni e locomotori, come le navi militari, si imbottivano di amianto. “Il piano di de-coibentazione iniziato nel ’95 ha riguardato 11 mila carrozze. Ne rimangono 400 con dei residui, buttate in qualche deposito”, ricorda Beniamino Didda, oggi procuratore generale a Firenze, uno che da quasi 30 anni istruisce processi sull’amianto, dai treni ai cantieri navali.

Il tumore pleurico è un incubo per i marinai che navigavano o lavoravano sulle turbonavi costruite prima degli anni ’90. Dice Alessio Anselmi, presidente del Cocer Marina militare: “L’amianto è ancora presente solo su una classe di fregate, il 15% della flotta, e in alcune strutture della Marina. Per rimuoverlo occorrono 10 milioni di euro”. Ovunque la stessa storia.

(DA REPUBBLICA DEL 30 APRILE 2010)  

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marzo 11th, 2010 | Author: montichiaricitta
Il Tar ferma la discarica di amianto
giovedì 11 marzo 2010
(red.) Il Tribunale amministrativo regionale di Brescia ha temporaneamente accolto il ricorso del Comitato contro le nocività di Brescia e San Polo contro l’insediamento di via Brocchi, dove dovrebbe essere collocata una discarica di amianto in grado di ospitare il materiale inquinante recuperato dall’edilizia, prevalentemente lastre di eternit (leggi qui).
La decisione dei giudici amministrativi è temporanea, poiché il Tar ha chiesto alla Regione Lombardia un’integrazione della documentazione a sua disposizione sull’iter di autorizzazione dell’insediamento.
Il Tar ha anche già fissato la data della prossima riunione in cui verrà data una risposta definitiva (salvo ricorso al Consiglio di Stato) sulla questione: il 28 aprile prossimo.
Questa decisione blocca comunque per il momento i lavori scattati da qualche settimana sull’area, dopo lo sgombero del presidio organizzato dagli ambientalisti e dai cittadini della zona.( da Quibrescia)———-

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2^ Puntata:

Il Codisa: “Battaglia ancora lunga”
giovedì 11 marzo 2010
(s.s.) “L’ordinanza di sospensiva è una prima battaglia vinta, ma la guerra è ancora lunga”. Così Pietro Garbarino, l’avvocato che su richiesta del Codisa (Comitato difesa salute e ambiente) si sta occupando del ricorso al Tar contro la discarica di amianto di via Brocchi, a Brescia, ha commentato l’ordinanza del tribunale regionale che per 45 giorni da oggi, giovedì 11 marzo, blocca tutti i lavori al sito della discarica.
La prossima udienza è fissata per il 28 aprile e in queste settimane la Regione dovrà fornire al tribunale l’istruttoria completa affinché possa pronunciarsi sul ricorso presentato dal Codisa lo scorso 13 novembre. La richiesta aggiuntiva di sospensiva, invece, è stata portata circa un mese fa, dopo che la ditta Profacta aveva iniziato a scavare nella ex cava della Faustini Holding.
E’ di oggi, appunto, la notizia del suo accoglimento (leggi qui). Sebbene questo non sia per forza un segnale positivo per la futura sentenza, vero è che il tribunale avrebbe potuto richiedere gli atti alla Regione senza bloccare i lavori, poiché non era un atto dovuto. “Questo ci fa pensare che anche il Tar abbia rilevato qualche problema rispetto a quanto fatto finora”.
“Dopo aver chiesto la sospensione dei lavori”, ha proseguito Garbarino, “abbiamo rilevato anche dei ristagni d’acqua sul fondo della discarica, i quali potrebbero far pensare che è stata toccata la falda acquifera sottostante”.
Problemi ci sarebbero anche per la raccolta del percolato: pare che il sito non sia stato attrezzato nel modo adeguato, “dato che quando piove molto lì si forma un pantano”.
“Questa disposizione è una chiara risposta a chi per mesi ha cercato di rassicurarci che tutto stava avvenendo in assoluta sicurezza”, ha commentato Giovanna Giacopini, membro attivo del Comitato spontaneo contro le nocività che da luglio a febbraio ha presidiato costantemente l’ingresso della discarica.
Il riferimento, neanche tanto velato, è al comune di Brescia che in questi mesi si è sempre chiamato fuori dalla querelle, poiché la competenza per le decisioni spettava in effetti alla Regione Lombardia.
“La Loggia, che in questa zona ha delle mire precise, aveva il dovere di entrare più a fondo in questa storia”, ha precisato il legale, “e doveva controllare meglio cosa stava avvenendo. Ci voleva un po’ più di attenzione”.
Proprio in questa area, infatti, il comune ha più volte detto di voler realizzare la cittadella dello sport. “Ma è chiaro che nella discarica di amianto portata a piano campagna una volta chiusa non potranno mettersi nuovamente a scavare per posare le fondamenta delle strutture”, ha rincarato Garbarino.
“Prima di fare impresa su certi territori bisogna chiedersi che impatto questo può avere sulla vita della persone che ci abitano”, è l’opinione di Maurizio Frassi, portavoce del Codisa. “Siamo pronti a porre ostacoli ad ogni passo, perché questa discarica distrugge il nostro territorio in modo irreversibile”.

———————vedi  tutti i precedenti articoli cliccando su “archivio di tutti gli articoli”

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marzo 04th, 2010 | Author: montichiaricitta

 L’amianto è un killer silenzioso, che non ha fretta e per questo è ancora più insidioso. Non ci si ammala nel momento in cui si viene a contatto con le fibre d’asbesto, né il giorno dopo né il mese successivo. Le malattie (asbestosi, placche pleuriche, carcinoma polmonare e mesotelioma) insorgono anche 15, 20 anni dopo la prima esposizione.
“Dopo l’inalazione cronica prolungata nel tempo di amianto è possibile, a distanza di parecchi anni dalla prima esposizione, lo sviluppo di malattie gravi e debilitanti che coinvolgono principalmente il polmone”, scrive la Regione Lombardia nella relazione 2008 sul Piano regionale amianto della Lombardia (Pral).
amianto4.jpgL’amianto può colpire tutti, senza distinzione, “ma coloro che sono stati a contatto con l’amianto per ragioni lavorative sono sicuramente gli individui più esposti all’insorgenza di queste malattie” sottolinea Fabrizio Speziani, capo dipartimento di prevenzione medica dell’Asl.
Un’esposizione che si estende anche ai famigliari dei lavoratori dell’amianto in quanto sono venuti a contatto con gli indumenti (in particolare nella spazzolatura delle tute) o i materiali di lavoro
Per questo motivo i lavoratori di imprese che hanno trattato asbesto (definiti ex esposti) vengono tenuti costantemente sotto controllo. “Pur non esistendo, sulla base di conoscenze attuali, validi metodi di screening per i tumori professionali da amianto, si ritiene che la sorveglianza sanitaria degli ex esposti sia utile in quanto consente di ricostruire la storia dell’esposizione, di informare il soggetto sui rischi legati alla passata esposizione, nonché di informare sulle possibilità diagnostiche, terapeutiche e medico-legali per le eventuali patologie correlate”, si legge nella relazione.
Non esiste però sorveglianza che possa prevenire l’insorgenza delle malattie legate all’amianto. Una volta innescato il ciclo del male, 15 o 20 anni fa o anche di più, non si può fare nulla per invertirlo. Solo nel caso dell’asbestosi (una fibrosi che rende il polmone non elastico e porta all’insufficienza respiratoria cronica) una diagnosi precoce può aiutare a rallentarne la progressione.
amiantodisacricaabusiva.jpgÈ il mesotelioma però il grande sorvegliato speciale nel campo di queste malattie. Si tratta della neoplasia maligna specifica causata dall’esposizione a fibre di amianto. In questo caso “la sorveglianza sanitaria ha solo lo scopo di indagare l’origine professionale in quanto non è disponibile alcuna terapia efficace per variare la prognosi”, si legge ancora nella relazione.
Per questo la Regione Lombardia ha istituito fin dal 1998 un registro in cui vengono censiti per anno i nuovi casi di mesotelioma in ciascuna provincia.
Dal 2000 al 2007 nella provincia di Brescia sono stati segnalati, fra certi e probabili, 131 casi di mesotelioma maligno. A Milano sono stati 386, a Bergamo 174. Queste tre sono le province maggiormente colpite dall’insorgenza di questa malattia in Lombardia. Da sole, infatti, coprono il 65,9% dell’incidenza totale del mesotelioma: in tutta la regione i malati sono 1.050.
Di questi oltre la metà, il 52,7% ha contratto la malattia sul posto di lavoro. Per un altro 13,4% la professione c’entra in modo possibile o probabile. Nello specifico, sono i lavoratori di industrie tessili, metallurgiche ed edili quelli ad essere stati maggiormente esposti alle fibre d’amianto.
(Silvana Salvadori- Qui Brescia)

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L’ultima relazione sul Piano regionale amianto della Lombardia (Pral) stima che in tutta la provincia di Brescia ci siano 446.473 metri cubi di cemento amianto da smaltire (leggi il documento). Ma tra la discarica di San Polo in via Brocchi (80.000 metri cubi) già autorizzata, quella di Montichiari (480.000 metri cubi) che ha ottenuto una Valutazione di impatto ambientale favorevole, e quella di Travagliato (435.000 metri cubi) che è in attesa del responso della Via, la nostra provincia si appresta a ricevere nelle sue terre oltre 1 milione di metri cubi di amianto provenienti dall’Italia del Nord.
Una prospettiva preoccupante, visti gli effetti che l’inalazione del minerale può produrre sulla salute umana (leggi l’articolo).
“La nostra è una provincia già massacrata, non capisco perché Brescia dovrebbe avere le discariche di amianto per tutta la Lombardia”, sostiene Mario Capponi, presidente cittadino di Legambiente. “Perché noi dobbiamo farle per tutti? Perché tutti i viaggi dei rifiuti sono a senso unico verso Brescia? Ci sono altre soluzioni possibili e sarebbe bene prenderle in considerazione”.
Insomma, mentre nella nostra provincia sono stati individuati 4.015 siti in cui è presente l’amianto (leggi la prima parte dell’inchiesta di quiBrescia.it), qui finirà oltre un terzo dell’asbesto che si stima essere presente in tutta la regione. C’è da chiedersene il motivo.”Sono contrario alla libera circolazione dei rifiuti, anche di quelli contenenti amianto”, ha spiegato a quiBrescia.it l’assessore all’Ambiente di Palazzo Broletto, Stefano Dotti. “La Provincia di Brescia ha sempre adottato al riguardo un criterio di autosufficienza, cioè ogni provincia si dovrebbe gestire i suoi. Invece la Regione ha un’ottica diversa e considera lo stesso criterio nella visione complessiva regionale”.

A San Polo la battaglia contro la discarica
Intanto per la discarica di San Polo, che verrà gestita dalla Profacta spa, l’autorizzazione a riempire la ex cava con rifiuti contenenti amianto c’è già e da un giorno all’altro le ruspe potrebbero iniziare i lavori.
Contro questa autorizzazione si sono mossi i residenti di San Polo e Buffalora, rappresentati dal Comitato difesa salute ambiente (Co.di.sa.) e dal Comitato spontaneo contro le nocività. Insieme, proprio nei giorni scorsi, i due comitati hanno fatto ricorso al Tar contro l’apertura della discarica (leggi la notizia).
Tra l’altro questa nuova discarica, come si legge nell’autorizzazione integrata ambientale (Ippc) rilasciata alla Profacta il 10 febbraio 2009, è situata vicino ad un’altra mini discarica di amianto già attiva: “La società istante (sempre la Profacta) risulta già esercente l’attività di gestione di una discarica per inerti, con cella dedicata alla smaltimento di rifiuti costituiti da cemento-amianto, localizzata nel sito adiacente a quello in oggetto ed ora in fase di post-gestione operativa”. Insomma una discarica tira l’altra.

Dal Parco delle cave alla Cittadella dello sport

Ma ha senso che un nuovo impianto di smaltimento venga situato proprio dove gli abitanti di San Polo e dintorni vorrebbero fosse realizzato il Parco delle cave, un progetto della vecchia amministrazione comunale che però è rimasto solo sulla carta?
In quella parte di territorio cittadino, la giunta Paroli progetta di costruire la Cittadella dello sport, che quindi finirebbe proprio sopra una discarica.
“Al momento stiamo studiando la compatibilità dell’area con il nostro progetto”, ha spiegato a quiBrescia.it l’assessore all’Ambiente del comune, Paola Vilardi, “perché vogliamo dare alla collettività le strutture sportive di cui ha bisogno. Dal palazzetto dello sport alle piste di atletica e, perchè no, anche allo stadio”. La volontà c’è, bisogna capire se, oltre alla compatibilità ambientale, c’è anche quella economica.
Ma la presenza della discarica di amianto in quella posizione non crea troppo disturbo: “I tecnici mi hanno assicurato che, così com’è stata progettata, la discarica è la più sicura in assoluto”, ha ribadito l’assessore Vilardi.

Per Travagliato e Montichiari c’è ancora tempo

Travagliato e Montichiari, invece, si trovano in due posizioni diverse. Per la prima discarica, richiesta dalla Cerca srl, la Via (Valutazione d’impatto ambientale) è ancora in fase di redazione.
Per la seconda, della Ecoeternit srl, la Via è già stata valutata favorevolmente ed è in corso l’istruttoria per l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Fra le due, è la discarica d’amianto di Montichiari ad essere in uno stadio più avanzato dell’iter burocratico per ricevere l’autorizzazione.
A Travagliato il sindaco Dante Daniele Buizza ha già ribadito più volte la propria contrarietà allo smaltimento sul proprio territorio.
“Sebbene in questo ambito il nostro parere non sia vincolante, noi ci esprimeremo contro la realizzazione di queste discariche”, ha ribadito anche l’assessore provinciale Dotti.
Il Pral regionale (leggilo qui) indica nel 2015 la data in cui tutta la Lombardia deve essere liberata dall’amianto.

E già nel 2005 la situazione delle discariche di amianto lombarde veniva definita deficitaria rispetto alle reali necessità. È quindi difficile supporre che, una volta che la Via risultasse positiva, la Regione possa bloccare l’autorizzazione alla nascita di queste aree di smaltimento.
L’unica remota possibilità resta un ripensamento, o una diversa proposta, da parte degli stessi privati che costruiranno la discarica.

Ma a Montichiari è in arrivo un nuovo impianto
A  Montichiari l’opposizione più accesa, di cittadini e Legambiente, si concentra però in questo periodo contro un impianto di inertizzazione dell’amianto proposto dalla società Aspireco srl, al momento l’unica alternativa conosciuta al conferimento dell’asbesto in discarica.
L’assessore Dotti, invece, è favorevole alla realizzazione di questa attività di inertizzazione dell’asbesto perchè “ne eliminerebbe definitivamente la pericolosità e lo renderebbe utilizzabile come materiale per il fondo stradale, quindi ci sarebbe bisogno di meno cave per la ghiaia e meno discariche dove conferire il residuo trattato”.
“Se dal 2005 (data in cui è entrato in vigore il Pral) a oggi nessun impianto di inertizzazione è entrato in funzione, credo sia difficile che nei prossimi cinque anni si riesca a smaltire tutto l’amianto in questo modo. Per questo restano necessariue le discariche”, ha spiegato Dotti. “Tuttavia non dobbiamo allarmare i cittadini ma essere seri e avvalerci dello strumento della pianificazione piuttosto che continuare a rincorrere le emergenze”.
A meno che i ricorsi al Tar contro le discariche non sortiscano qualche effetto.
Una mediazione è possibile? “La mediazione politica è sempre auspicabile, sia a livello provinciale sia a livello locale. Ma, sebbene abbia visto sindaci predicare bene e razzolare male, la verità è che una volta che la Via è favorevole, gli enti locali hanno poche carte in mano da giocare”, ha concluso l’assessore Dotti.

(S.S. Qui Brescia)

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marzo 02nd, 2010 | Author: montichiaricitta

IL CIRCOLO LEGAMBIENTE DI   MONTICHIARI  E IL COMITATO MONTICHIARISOSTERRA

ORGANIZZANO:   

PRESSO IL RITROVO GIOVANILE

   

DI SANTA GIUSTINA

MERCOLEDI’ 24 MARZO 2010

 

 Alle ore 20.30
 

 

 

 

Incontro di informazione e discussione

La situazione ambientale della

brughiera:

le discariche e il progettato impianto di

trattamento termico rifiuti amianto

                 “ASPIRECO”

Partecipa:
Prof. Ing. Simone Zanoni – Docente “Compatibilità ambientale impianti industriali”

Facoltà Ingegneria Università di Brescia – : “Lo stato delle tecnologie per il

trattamento dell’amianto. Tecnologia e localizzazione dell’impianto Aspireco.”

   TUTTI I CITTADINI SONO INVITATI

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“S. FRANCESCO”